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Quando l’acqua diventa pericolosa

L’acqua potabile può provenire da diverse fonti: può essere prelevata dal terreno attraverso pozzi e successivamente purificata, oppure può essere prelevata da sorgenti d’acqua superficiale, quali fiumi, laghi e corsi d’acqua. L’acqua di superficie deve subire più fasi di depurazione rispetto all’acqua freatica per poter essere bevuta.
Il numero di misure di depurazione adottate dipende dalla qualità dell’acqua che entra nell’impianto di depurazione. Nelle aree con fonti di acqua freatica molto pura (ormai rarissime..), è necessario un trattamento minimo.

L’elenco delle sostanze organiche che si possono trovare nell’acqua potabile come residuo di lavorazioni industriali è lungo, tuttavia le più diffuse sono:
Fosfati, provenienti principalmente da detersivi e concimazioni. L’inquinamento da fosfati (livelli superiori a 0.1 mg/l) colpisce principalmente la flora e la fauna, molto sensibili alla presenza di queste sostanze tossiche. Solfati (sali di acido solforico combinati con ioni di metalli), principalmente immessi nei corpi idrici dall’atmosfera e nell’atmosfera dal traffico stradale, le industrie e la produzione energetica. Lo zolfo ossidato nell’atmosfera può tornare nel terreno sottoforma di pioggia acida, causando gravi problemi ambientali.
Nitrati e nitriti (i nitrati sono la fonte principale di azoto per le piante ed i costituenti essenziali degli acidi nucleici e degli amminoacidi). Le alte concentrazioni di nitrati sono dovute all’intervento dell’uomo (concimazione, inquinamento atmosferico, ecc.) Un eccesso di nitrati si rivela molto tossico per l’organismo, in quanto al suo interno essi vengono trasformati in nitriti o in nitrosammine (sostanze cancerogene).

Costituisce un potenziale pericolo soprattutto per i bambini, a causa dell’incompletezza dei loro sistemi digestivi, e può essere causa di gravi patologie quali la metaemoglobinemia ( N.d.A.: la metaemoglobina è il prodotto di ossidazione dell’emoglobina, che si forma anche nel vivo per azione di veleni come anilina, tallina, clorato di potassio, nitriti, ecc. ).

In natura tuttavia il nitrato si trova in molte verdure quali lattuga e spinaci e solo una piccola parte di esso è convertito in nitrito. I prodotti a base di carne costituiscono il 10% del nitrato introdotto attraverso l’alimentazione, ma ben il 60-90 % del nitrito: il nitrito di sodio è infatti aggiunto a cibi quali hot dog, pancetta affumicata, prosciutto e altri. Frutta e cereali non forniscono invece né nitrati né nitriti.
Alluminio, presente in grosse concentrazioni sulla crosta terrestre. Anche in piccole quantità può produrre effetti tossici sul sistema nervoso, ma gli effetti dell’assunzione di alluminio attraverso l’acqua sono tuttora oggetto di dibattito. Attualmente non esistono regole precise sulle concentrazioni di questo metallo ammesse nell’acqua potabile. L’OSM raccomanda una concentrazione non superiore ai 20 mg/l..
Piombo, tossico già in dosi di microgrammi, in quanto interferisce con la formazione dell’emoglobina e la funzionalità del sistema nervoso centrale. Le maggiori fonti di piombo sono vernici, scarichi di automobili, cibo e acqua. La Direttiva Europea sull’acqua per il consumo umano 98/93/EC stabilisce che il limite massimo di piombo in acqua potabile dovrà scendere, dagli attuali 50 mg/l, a 10 mg/l entro il 25 Dicembre 2013. Il problema in Italia è che molte tubature contengono piombo e acqua acida, morbida, a basso tenore di fosfati o che ristagna per lungo tempo nella tubatura rischiando di assorbire piombo.
Cadmio, metallo pesante altamente tossico e ritenuto cancerogeno.

Può essere rilasciato nell’acqua potabile dalle tubature di ferro zincato, in quanto lo zinco contiene sempre una certa quantità di cadmio. Mercurio, presente nelle falde acquifere o nelle acque superficiali grazie allo scarico di inquinanti industriali, in fiumi ed estuari o la percolazione da discariche di rifiuti tossici, oppure attraverso il rilascio da parte di vulcani, attività sotterranea sismica, incenerimento e combustione di combustibili fossili. Il mercurio rilasciato in atmosfera è molto leggero e può muoversi fino a grandi distanze dalla sorgente e ricadere sulla superficie terrestre attraverso le gocce di pioggia.
Il Cloro costituisce il trattamento più utilizzato in Italia per l’eliminazione di batteri che potrebbero causare problemi sanitari. La legislazione italiana ammette una concentrazione di 30 mg/l di cloro, mentre le linee guida della direttiva europea segnalano 1 mg/l e precisano che la concentrazione dovrebbe essere più bassa possibile. Secondo studi condotti a livello internazionale l’assunzione di
composti che si formano a seguito di reazione del cloro con i microrganismi (trialometani) può contribuire all’aumento di tumori delle vie urogenitali. Il cloro e’ molto volatile e tende a fermarsi sulla superficie dell’acqua. Dunque, per accelerarne la dispersione, si può versare l’acqua ripetutamente da un contenitore all’altro o mescolare molto velocemente.
I composti chimici organici sono sostanze che provengono direttamente da piante o animali. Esistono oltre 100.000 composti chimici organici, fra i quali fertilizzanti sintetici, pesticidi, erbicidi, vernici, tinte, sapori e sostanze farmaceutiche. Molte di queste sostanze sono risultate altamente tossiche e sono presenti nelle riserve idriche. In particolare i VOC (Volatile Organic Compounds, composti organici volatili), che vengono assorbiti dalla pelle qualora questa entri in contatto con l’acqua che li contiene.
I Fitofarmaci sono tra le sostanze maggiormente sotto accusa per l’inquinamento delle falde. Attualmente non vi sono dati certi sui legami chimici che queste sostanze formano, ma i loro metaboliti possono essere molto più tossici delle sostanze di partenza. I Tensioattivi sono sostanze usate nei detersivi per ridurre la tensione di superficie dell’acqua, in modo da consentire di bagnare meglio i tessuti. Queste sostanze sono altamente responsabili dell’inquinamento dell’acqua che beviamo e sono contenute anche in alcuni cosmetici, in particolare quelli non biologici, nei prodotti antigelo, nei collanti, ecc..

Possiamo contribuire a ridurre questa fonte di inquinamento limitandone l’uso alla quantità minima indispensabile, o scegliendo tensioattivi biodegradabili.
Per “inquinamento microbiologico” si intendono i diversi microrganismi, che includono batteri, virus e parassiti presenti nei rifornimenti idrici pubblici e attentamente monitorati, in quanto possono essere responsabili di gravi malattie quali tifo, colera, epatite, ecc. I batteri vengono eliminati tramite l’aggiunta di cloro. I virus, pure molto abbondanti nei rifornimenti idrici, sono più difficili da individuare. Fortunatamente la maggior parte dei virus trasportati dall’acqua è troppo debole per arrecare danno agli esseri umani e viene probabilmente eliminata tramite clorazione. Altri parassiti presenti nell’acqua (ad es. la Giardia ed il Criptosporidio) sono molto resistenti e possono permanere anche in presenza di un sistema di trattamento dell’acqua. Inoltre l’acqua potabile può essere contaminata attraverso il contatto con superfici porose o materiali sintetici, che costituiscono il terreno ideale per lo sviluppo dei microrganismi. Un particolare tipo di infezione che può essere trasmessa attraverso l’acqua è la legionella.

Il rischio si presenta soprattutto nelle docce o nell’uso degli idromassaggi in quanto i batteri di “Legionella pneumofila” trovano un ambiente di sviluppo ideale tra i 37 e i 45° C.
Come se ciò non bastasse, nelle acque minerali si possono trovare (e si trovano) sostanze nocive in misura superiore rispetto a quella del rubinetto, senza peraltro alcun obbligo di dichiararlo nell’etichetta. È difficile sapere con certezza se ciò che beviamo è come alla sorgente o se c’è stata una “migrazione tossica” dal contenitore al contenuto, come il rilascio di aldeidi. Un altro fattore di rischio su cui riflettere riguarda la materia prima usata per i contenitori dell’acqua: PVC prima e il PET oggi. Se il cloruro di polivinile, accusato di essere teratogeno – causa cioè di anomalie fetali – e cancerogeno, è stato quasi del tutto escluso dall’imbottigliamento, il suo sostituto polietilene (che è a rischio luce e calore) è quello che quotidianamente giunge sulle nostre tavole. Le plastiche, materiali insostituibili in moltissimi settori industriali, usate come contenitori alimentari sono sotto accusa a causa della cosiddetta “migrabilità” di alcune sostanze tossiche (additivi e monomeri) presenti nel composto chimico organico  Eppure il loro utilizzo dal 1985 ad oggi è cresciuto in maniera significativa: ad oggi la quota dei contenitori in vetro è scesa dal 92% al 42%, mentre quella in plastica è cresciuta dal 6,5% al 55%. Il confezionamento in bottiglie di plastica permette di ridurre i costi di trasporto e, oltre ad avere vantaggi estetici (brillantezza e trasparenza) e pratici (maggiore resistenza meccanica e permeabilità ai gas), contribuisce alla riduzione dei costi industriali di produzione.

Si sa che il PVC dà luogo ad una rara forma di tumore (l’angiosarcoma epatico) e che oggi è usato solo per il contenimento di prodotti non alimentari. Per quanto riguarda il PET, invece, non vi sono sicurezze in assoluto, in quanto si tratta di una materia plastica relativamente “giovane” il cui utilizzo è cominciato in tempi relativamente recenti, e dunque una conferma o una smentita della sua nocività non è al momento ancora disponibile.

Certo è che le bottiglie dovrebbero garantire l’igiene e non la contaminazione dell’acqua e i casi di migrazione di sostanze chimiche presenti nei polimeri plastici costituiscono il tema di una vasta letteratura scientifica.

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